Conchiglie e frammenti

Era arrivato il momento:

Andava svuotato, lo zaino, dalle conchiglie che ha custodito per un mese.

Mi serviva. Non potevo farne a meno. Dovevo toglierle e trovare un’altra sistemazione per loro.

Mi dava fastidio, però, privarlo dei miei pezzettini di ricordi. Ero legata, ecco, a quelle conchiglie, al giorno in cui le ho raccolte, a cosa simboleggiavano per me: non volevo posizionarle da un’altra parte. Non volevo, cambiare.

I cambiamenti: ecco. E’ questo quello che detesto, che non voglio, che temo.

Dare una scossa alla vita e modificare la monotonia degli eventi che si susseguono alla quale sei tanto abituata costa impegno e fatica, e io non ho la forza fisica e mentale (ma soprattutto fisica, oramai, anche se oggi mi sono inflitta una coltellata che mi è costata un’ora di super sforzo per cercare di rimediare al mio peccataccio in cui devo evitare di cadere, anche se, ogni tanto, per cause di forza maggiore, devo peccare. Sono troppo fragile per certe cose, non so autoregolarmi), per prendere una posizione diversa da quella in cui mi trovo adesso. Il futuro è ignoto ed incerto: perché correre il rischio?

Allora scelgo la strada più facile: che è quella che sto percorrendo adesso. Senza curve, senza fossi. Rettilinea ma buia: un tunnel dell’orrore.

Senza fine, almeno per adesso, e non so se lo auspico per sempre.

Ma io non ci credo alle cose che non finiscono.

Where are you going to? 

Nowhere

I have chosen to wander aimlessly for all eternity.

17/08/16. Prime luci dell’alba. Spiaggia di Skala.

Facevo fatica ad accettare che quello sarebbe stato l’ultimo giorno di quella splendida settimana da sogno che sembrava essere durata quanto un battito di ciglia. Ero malinconica all’idea di dover salutare per sempre la meraviglia che mi circondava e la tristezza iniziava a sopraffarmi ed ad incupirmi il volto più di quanto non lo fosse già. Le cose belle finiscono, sempre ( a volte non iniziano proprio, figuriamoci, soprattutto per una persona come me che sembra non vederci bene per questi momenti di luce felice. Ora mi reputo addirittura cieca) . Dopo il mio solito caffè rigenerativo , preso all’unico bar italiano che ero riuscita a trovare in tutta l’isola ( e che mi costava anche 1.50€), decisi che avrei passato la mattinata a scoprire, riflettere( e avevo parecchio materiale su cui soffermare la mia attenzione) e a stare sola, possibilmente, perché non riuscivo più a ritagliarmi i miei classici momenti di solitudine che tanto amavo. La compagnia che avevo, alla fine, non mi dispiaceva ma io, come al solito, avevo bisogno di respirare, di avere i miei spazi, di riflettere e riflettermi per vedere se potevo aspirare a qualche risultato positivo(il verdetto finale l’avrei constatato al mio ritorno e, quando presi coscienza di quell’esito temporaneo, ne fui moderatamente soddisfatta). Salutai la compagnia che era dedita a catturare, fotografare ed a postare le foto delle tartarughe marine( che odio la spettacolarizzazione degli animali. Poveretti, lasciategli fare il loro percorso. Non infastiditeli. Perché passare il tempo ad infastidire quelle minuscole creature indifese che stanno cercando di giungere alla riva per il semplice piacere di ottenere una foto mentre le si sorregge nelle mani come fossero dei trofei di guerra? No, non le concepisco queste cose. Soffermatevi ed ammiratele, semplicemente, ma non scocciatele! Ahimè) e mi avviai verso la riva della spiaggia. Le acque erano limpide, basse, sarei potuta avventurami nel mare e camminare km toccando sempre il fondo, ma io preferisco nuotare a largo, dove non si tocca e dove sono sola, così da avere quella bellezza tutta per me, senza dover sentire i rumori della gente nelle orecchie che ti impedisce di goderti lo spettacolo. Alzare gli occhi in alto così che l’azzurro del cielo ti penetri negli occhi fino a diventare un tutt’uno con quella meraviglia: era quello che più avevo amato in quei giorni. Preferì una passeggiata in riva, una piccola avventura alla scoperta delle cose che non avevo visto, però, quel giorno. Un viaggetto al pari dell’alchimista di Coelho, alla ricerca di un tesoro anche se non sapevo se avrei mai potuto trovare qualcosa di più mozzafiato della natura che mi circondava. Camminavo, con il contakm sempre in tasca e con l’eastpak sulle spalle che era diventato, oramai da qualche anno, il mio fidato compagno di escursioni, di scuola e poi di università. Ogni tanto mi fermavo per qualche secondo. Immobile. Guardavo ed immagazzinavo il creato che vedevo. Sabbia, insenature, verde… dovevo imprimerli nella mia mente: farne un possesso che avrei conservato per tutta la vita. Sarebbe stato quello il regalo che mi sarei fatta.  Ad ogni sosta, raccoglievo una conchiglia, che avrebbe rappresentato, di conseguenza, un mio momento di riflessione e di raccoglimento. Come una foto, ma più bella e diversa dalle solite. Ogni conchiglia era unica e speciale come l’attimo ed il trattenimento che stava a rappresentare. Diversa, anche se le conchiglie si assomigliano l’un l’altra. Nel frattempo pensavo e tanto, a me, soprattutto, e a dove stessi andando, in senso generale. Dopo svariate ore e svariati passi tornai al punto di partenza e tirai le somme. Avevo raccolto tante conchiglie e tanti pensieri.

Dov’era la bellezza del percorso che avevo compiuto?

Era nel percorso stesso. Nel camminare alla ricerca di me, riflettendo su ciò che sono e su ciò di cui ho paura, cercando di ammetterlo, ogni tanto. Accompagnato da una natura spettacolare di cui ne conserverò per sempre il ricordo.

temps perdu ou retrouvé?

 

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