Corsi d’acqua e di parole 

Ero andata di nuovo lì, per caso, stavolta. Non l’avevo previsto: mi ero trovata  di passaggio e mi ero fermata. Avevo deciso  di cambiare punto dove sedermi per vedere lo scorrere del fiume da un’altra prospettiva, per vedere come cambiano le cose, viste da un altro punto. Ci pensavo, e tanto, alle cose che scorrevano come le acque che non erano più le stesse dell’ultima volta in cui ero andata. Erano inquinate: che spreco, che delusione. Ero conscia del cambiamento di stato. Mutavo davvero senza accorgermene, ma bastava guardarmi, bastava che me lo facessero notare: non ero più io e facevo fatica ad ammetterlo. Ci stavo riuscendo a perseguire il mio obiettivo, ma mi stavo distruggendo: ero debole, stanca, non riuscivo a reggermi più, eppure avevo retto fino a quel momento ed anche in situazioni peggiori. Non potevo fallire di nuovo, l’avevo promesso: avevo detto a me stessa che stavolta sarebbe stata quella buona. Dovevo raggiungere quella tanto ambita perfezione, anche se mi dicevano di smettere, intorno a me, quelli che mi vedevano al di fuori. Tanti punti di vista e tante piccole frasi diverse e, forse, tante piccole verità, ma per me non era così. Non lo era mai stato. Ma io avevo deciso già mesi fa: avevo abbandonato tutte le varie possibilità ed avevo imboccato quella strada a senso unico, di nuovo, ma stavolta senza andare contromano. Dovevo proseguire anche se non conoscevo il punto di arrivo, anche se non sapevo guidare bene. Era la strada più drastica ma era anche quella che mi avrebbe fatto stare bene in poco tempo. Senza imbrogliare. Senza farmi abbagliare dalle luci in strada. Non potevo permettere di sentirmi di nuovo così: inadatta, inadeguata, incompetente… tutte le parole negative erano mie ed io le assorbivo. Le tengo sempre, dentro di me. Le porto sempre. Lo sono, così. Me lo diceva lo specchio che è il più onesto fra i maestri. Era l’oggetto nel mondo delle parole che mi dicevano, che volavano e che non ascoltavo nemmeno più: concordavano tra di loro alcune, certo, ma non andavano nella stessa direzione delle mie e dell’oggetto della verità che me l’aveva messa di fronte e mi aveva mostrato il dramma. Sentivo l’eco dei miei pensieri nel rumore delle acque contaminate che si scontravano nei rifiuti  che i passanti gettavano dentro, come i miei pensieri che si fronteggiavano con le sentenze lanciatemi, senza capire, ovviamente. Vedevo i passanti guardarmi, stavolta, non ero sola e non potevo permettermi di piangere, come al solito, come ogni volta che mi confronto con me stessa. Dovevo essere forte, di fronte agli altri. Non parlare, non dire, sforzarmi di sorridere. Negare. Negare. Negare. Anche se era oramai evidente, ma farlo. Era difficile, ma in fatto di recitare ero diventata esperta con il passare degli anni. Sapevo mascherare i miei sentimenti e le mie emozioni bene, anche se avevo sempre bisogno di prepararmi un po’agli eventi, però ci riuscivo quasi sempre. Avevo smesso di desiderare qualsiasi qualcosa al di fuori della realizzazione di quel desiderio inconfessabile che sembrava ancora una meta distorta, malata e lontana. Dovevo farcela. Mi stavo impegnando fino allo sfinimento, perché ero sfinita, davvero. Andavo troppo veloce e non volevo prendermi una pausa perché sapevo che non sarei mai più riuscita a riprendermi. O tutto o niente. Volevo vincere, stavolta, io.

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