un pomeriggio di un giorno feriale

 

ore 3.13

mia cara notte alleata della scrittura ma nemica delle dormite quanto mi farai pesare queste ore di sonno perdute nella terribile giornataccia che mi attende fra un paio d’ore?

La Luna stanotte splende troppo, non mi aiuta per niente.

Troppo facile dare la colpa agli agenti esterni.

Il problema sono io che ho perso, oramai, anche il sonno.

 

 

Un pomeriggio di un giorno feriale

Vagavo. Stava diventando oramai un’abitudine. Perdersi. Cercare luoghi in terra che potessero ospitare un individuo fuggiasco come me per un breve lasso di tempo. Il tempo necessario per una temporanea riflessione con me stessa.

Vagabonda e non solo di terre. Alla perenne ricerca della dimensione ideale. Alla ricerca dell’ideale perduto o forse mai avuto. Guardavo ovunque. Scrutavo. Avanzavo senza sembrare mai di giungere alla meta esatta. Dov’era il senso di tutto quel cammino? Nei pensieri fluivano i frammenti del tempo passato, delle tappe percorse, degli interrogativi che mi percuotevano. Osservavo le orme dei miei passi: piccole, brevi, un po’ infantili. Le contavo e mi chiedevo quanto avessi percorso fino a quell’istante: non era mai abbastanza. Di tanto in tanto, alzavo il capo per osservare la natura che mi circondava: piante dipinte di un verde brillante. Un colore vivo e pieno di sicurezza. Le invidiavo: avrei voluto avere io quelle qualità che non mi sono mai appartenute. Accennai un sorriso un po’ irritato mentre osservavo quella meraviglia verde che mi circondava. Dopo qualche secondo ripresi il mio cammino. Non sapevo nemmeno da quanto tempo stessi camminando. Non lo ricordavo. Già da un po’ avevo perso la cognizione del tempo, oltre che tante altre cose. Giunsi alla riva di un fiume. Mi sentivo debole e priva di forze e questa mia condizione mi costrinse a fermarmi ed a sedermi. Ero sulla sponda di non so che fiume. Scorreva. Limpide erano le acque che vedevo passare. Io ero ferma. Cercavo di guardarmi. Cercavo la mia immagine in quel liquido cristallino. Mi vidi e piansi. Di nuovo. Crollai. Era diventata un’abitudine. Non riuscivo a reggere il confronto con me stessa. Non più. Mi stavo rimpicciolendo e la mia intima fragilità interiore stava emergendo pian piano. Avevo paura di me stessa. Detestavo me stessa. Non riuscivo a trovare un solo aspetto di me che appagasse la mia perenne eclissi. Dovetti smettere di guardarmi in quel momento: stavo peggiorando una situazione già di per sé drammaticamente terribile. Ero arrabbiata. Dovevo stare sola: non potevo permettere che la mia rabbia si trasmettesse agli altri. Dovevo proteggere chi mi circondava dalla possibilità di vedermi cadere in un conflitto interiore che si sarebbe concluso senza vincitori. Dovevo allontanare chi poteva stare male per me. Smettere di raccontare: quella sarebbe stata la soluzione destinata a chi volevo bene. Non era egoismo. Era un bene un po’ strano, come quello che io di solito volevo per i pochi. Stammi vicino ma non troppo: non morire della mia stessa morte, per favore. Non invadere i miei drammi, non capiresti, non li conosci, mi irriteresti e mi odieresti soltanto. Se mi vuoi bene mi lasci stare, ti prego.

Pensavo a tante brevi frasi e a tanti modi per scappare. Dove pensi di andare se la tua ombra ti segue in ogni centimetro che percorri? Lei è sempre con te. Non scappi da ciò che corrode la tua anima scheggiata. Oramai avevamo familiarizzato ma lei era sempre pronta a puntarmi il dito contro ad ogni mia mossa sbagliata. “Non me ne vado finché non sarai all’altezza”. Mi ero rassegnata all’idea di liberarmi di lei. Da certe ombre non ti liberi. Mai. Terminati i singhiozzi, presi dallo zaino dei fazzoletti per asciugarmi le faccia.Avevo smesso di piangere. Non avevo nemmeno più la forza per continuare con le lacrime. Stetti lì seduta con le braccia che cingevano le mie ginocchia, rannicchiata su di esse. Il mio viso non era più umido ma su di esso traspariva un velo di dolore. Avevo lo sguardo perso e nei miei occhi vi era il riflesso del terriccio su cui avevo posato lo sguardo. Non c’era nulla più. Ero vuota. Non ricordo il tempo che passò in quel momento. Non seppi per quanto tempo stetti in quella posizione. Mi accorsi che il sole iniziava a calare e che le sfumature rosa s’accingevano a presentarsi nel cielo. Che spettacolo i tramonti! Non mancò il momento per una delle mie solite foto- collezione del cielo. Quasi tutti i giorni le fotografo e le conservo. Le adoro. Ogni tramonto è un traguardo: ce l’abbiamo fatta a sopravvivere anche oggi, detto alla maniera degli Hunger Games. Era ora di alzarsi, di rincasare: meglio evitare di creare altre preoccupazioni.

Alla prossima!

 

ore 4.17.

Fra mezz’ora devo farmi la doccia e prepararmi: non so ancora bene ciò che mi aspetterà più tardi. Devo essere pronta.

 

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22 thoughts on “un pomeriggio di un giorno feriale

  1. grazie per essere passata da me, come vedi il mio blog è diverso dal tuo, ma abbiamo entrambe da imparare una dall’altra. Che facoltà frequenti? E questi sono i tuoi racconti o è la tua vita reale? Se sono racconti racchiudili in un libro e poi cerca di pubblicarli, se sono la vita reale…..bhè un bel gelato alla fragola non dà più soddisfazioni delle lacrime? Ciao

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  2. “don’t follow me”, hai scritto. E va bene, sto all’invito e non ti seguirò. Però devo ugualmente ringraziarti per il “follow”.
    Nota: fammi sapere se nel frattempo, avrai scoperto dove andare 🙂 In questo senso, spero di risentirti presto 🙂

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