“meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore” , dicono…

Reduce dalla lettura del romanzo della Casciani che definisco una lettura leggera, a tratti piacevole ma , ad altri, snervante, che profuma un po’ di romanzo adolescenziale, di storiella a cui, probabilmente, il lettore non è molto interessato, visto che l’attenzione di chi legge vorrebbe soffermarsi prevalentemente su quello che dovrebbe essere il fulcro della tematica che si evince dalla trama del romanzo: il dolore posteriore alla fine di una relazione, che , a mio parere, non è solo da circoscrivere a quella che è relazione amorosa. In qualsiasi relazione affettiva,in qualsiasi tipo di rapporto nel quale ci si è impegnati, la fine di questo genera un sentimento di perdita, sconforto, vuoto e si ha l’illusione ( che, talvolta, può tramutarsi in una vera e propria certezza) di non poter più andare avanti, percorrendo le strade con le sole e proprie gambe. La fine di un’amicizia, perché no? Forse, la possiamo considerare peggio della perdita della propria metà. Perdendo un amico si perde una spalla su cui piangere, un confidente, un complice… si perdono tante e troppe cose in più di quante se ne possano perdere se si viene abbandonati da chi si ha amato. Se un amico ci abbandona, forse non è mai stato nostro amico, ma noi per lui sì, e la cosa spezza più di quanto possiamo immaginare, per chi non l’ha mai immaginato. Ogni epilogo, ogni punto fermo che siam costretti a mettere alla fine di un rapporto costa davvero tanto e, delle volte, non sappiamo mai se quel punto l’abbiamo messo davvero o se abbiamo messo virgola,un punto e virgola… a volte ignoriamo questo aspetto, camuffiamo quella che è la realtà delle cose, non lo ammettiamo, nemmeno a noi stessi, cerchiamo delle vie di fuga, ma, la verità è che, troppe volte, siamo sempre lì con una penna in mano pronti per continuare a scrivere dopo la virgola, invece di andare daccapo. Confortante può essere, però, ritrovare nelle parole della protagonista del libro, le nostre stesse parole(che, a volte, non riusciamo a dire, soprattutto quando il dolore ci affligge così tanto che ci impedisce di esprimerci come vorremmo, come dovremmo, soprattutto, perché dobbiamo tirare fuori i mostri che ci divorano l’anima) ed i nostri sentimenti stessi. Sentire di non esser soli in mezzo a tanti ci fa sentire più compresi e meno in trappola di quanto pensiamo di essere. Quando si inizia a star male per la fine di qualcosa si capisce, in alcuni casi, che sarebbe stato meglio se questo qualcosa non fosse mai iniziato e, allora, si pensa che è preferibile mettere in un ripostiglio il proprio cuore ( riprendendo il titolo del romanzo, io ho sempre detto che il mio è stato in un cassetto) perché abbiamo paura della sofferenza, dell’affezionarsi, del cambiamento, di qualcosa di nuovo che potrebbe arrivare e turbare il nostro stato di “quiete” . Ed allora ci allontaniamo, ci isoliamo, ci teniamo a debita distanza dagli altri per paura di essere feriti e ci avviciniamo soltanto a pochi eletti e sempre con la stessa paura di stare male. Sempre. Una persona che ha delle cicatrici impara a viverci, come mi hanno detto, ma queste la condizioneranno sempre quando dovrà rapportarsi con gli altri, quando dovrà instaurare una relazione, quando dovrà scegliere le persone a cui legarsi affettivamente. Non ho mai creduto alla possibilità di dimenticare una persona. Chiunque è entrato nella mia vita, per poi uscirne, ha lasciato una scia indelebile, unica, che caratterizza quella persona e che profuma del motivo per il quale questa si è legata a me, che non mi voglio mai legare a nessuno. Per  legittima difesa vogliamo mettere in un ripostiglio il nostro cuore. Delle volte, facciamo anche bene. Ne abbiamo bisogno perché non possiamo lasciarci sempre andare. Abbiamo bisogno di periodi isolati, non per punizione, delle volte, ma per necessità, per astenerci da un possibile ritorno alla sofferenza, perché siamo deboli, siamo esseri umani, cadiamo, ma non possiamo cadere sempre. Ci sarà, poi, per qualcuno, una nuova possibilità di riaprire quel cassetto, quel ripostiglio che sia, ma bisogna aver creato una certa armatura, una certa sicurezza, prima di  permettere a qualcuno di togliercela. Anche se, magari, quel qualcuno si rivelerà chi poi ci riporterà alla situazione di partenza, a riprovare le stesse cose, le stesse afflizioni,magari elevate al cubo, ma niente dura per sempre ed anche le cose belle finiscono (o non iniziano). Siamo coloro che scelgono chi ci può far soffrire(anche se magari questa persona più giurarci che non farebbe mai una cosa del genere. Ma le parole volano  ed il tempo ed i fatti dicono più delle parole stesse) ma, allo stesso tempo, siamo coloro che si possono difendere astenendosi dalle inutili sofferenze. Non siamo pronti. Non si è mai pronti quando si tratta di stare male. Può risultare, forse, imbarazzante trattare del delirio che può presentarsi alla fine di un rapporto perché, talvolta, può risultare difficile da comprendere, soprattutto per chi non l’ha mai vissuto in prima persona, ma avere la capacità di mettere nero su bianco ci permette di essere un gradino sopra i nostri mostri e le nostre paure.

 

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#megliosoffirechemettereinunripostiglioilcuore

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